Tenute Dettori

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Esterno Sardegna settentrionale. A est di Porto Torres, località scempiata da impianti chimici in decadenza, scorre una strada costiera che mano a mano che ci si allontana dalla cittadina riacquista progressivamente la sua natura aspra, selvaggia, ostile, sarda. Si arriva dopo pochi chilometri a Sorso, località balneare dove la speculazione edilizia è arrivata prima delle leggi a difesa del territorio del mai troppo rimpianto presidente Soru e con un certo sollievo si comincia a salire lungo strade inondate dal sole, fiori profumatissimi e vento, tanto vento fino a giungere a Sennori, da qui pochi minuti di strada e si arriva a Badde Nigolosu, sede dell’azienda Dettori, e ci troviamo in un’altra era, in un altro mondo.

dettori_1Due grandi pietre, un cancello e si entra in un luogo che riesce difficile descrivere per chi non conosce a fondo la Sardegna: come raccontare l’intensità dei profumi, colori mai visti e sentiti, come descrivere il vento, la luce abbacinante e la vista del mare giù in basso che fa da confine. Tutto intorno arbusti, alberi secolari, terra aspra e vigneti antichi, tra i più belli della regione, coltivati ad alberello, eroici perché sopravvivere qui anche per le viti non è facile.

Una terra antichissima geologicamente, ma che anche adesso sembra rifiutare la modernità, la tecnica, al punto che la corrente elettrica è assente nel raggio di diversi chilometri. E la chiave di questa storia è proprio il rapporto, spesso il contrasto, tra antico e moderno così presente in Sardegna e che in Alessandro Dettori trova una sua sintesi piuttosto convincente, cui va aggiunto quel quid di “insularità” che complica ulteriormente le cose.

“Mi sento animale alla pari con gli altri animali. Parte del pianeta terra e dell’universo. Voglio essere animale con la minima razionalità indispensabile alla mia libertà. Per questo faccio il vino… è il metodo che conosco per farmi sentire quello che sono: istintivamente animale. Non seguo il mercato, produco vini che piacciono a me, vini del mio territorio, vini di Sennori. Sono ciò che sono e non ciò che vogliono che siano.” Questo scrive Alessandro nel suo sito internet: sono parole forti e che possono sorprendere considerato che sono dette da un appena trentenne che imbottiglia i suoi vini da solo sette anni. Sono vini decisi, inconfondibili e, pur nella loro opulenza mediterranea, rarefatti, ridotti all’essenza delle uve di provenienza (esclusivamente autoctone) e di questa terra unica.

Ma vale la pena approfondire il percorso di questo ragazzo che appena laureato in Economia entra nell’azienda alla morte del nonno che fino a quel momento avevadettori_2 venduto vino esclusivamente sfuso, e subito imprime un’accelerazione impressionante pur mantenendo dimensione e carattere decisamente familiari. Riduzione drastica delle rese (sono ben 44 gli ettari di proprietà per soltanto 40mila bottiglie di produzione), conduzione della terra secondo tradizione e quindi senza uso di prodotti chimici e addirittura senza uso di solforosa in cantina, incontro fruttuoso con Saverio Petrilli, enologo e agronomo di scuola biodinamica e politica commerciale piuttosto aggressiva, con prezzi già alla prima uscita molto cari.

Ricordo Alessandro quando venne la prima volta a Roma per presentarci i suoi prodotti e aveva quell’atteggiamento molto sicuro di sé, che spesso sfiora l’arroganza, che caratterizza quei Sardi consapevoli di aver fatto qualcosa di buono nonostante tutte le difficoltà che ci sono per emergere in questa regione. Paradossalmente, infatti, i vini Dettori fino a qualche anno fa erano più famosi “in continente” o in Giappone che nella sua terra e soltanto ora si cominciano a vendere anche in Sardegna con numeri significativi. “Mi hanno sempre preso per un mezzo matto, e forse anch’io ero un po’ presuntuoso, ma non ho mai mollato e adesso anche qui sono finalmente apprezzato” ricorda soddisfatto facendoci vedere il piccolo recipiente in cemento regalatogli dal nonno quando era bambino per realizzare i suoi primi vini.

ottomarzoLa famiglia infatti ritorna spesso nei discorsi di Alessandro e non è un caso che il Chimbanta (da uve monica in purezza) sia dedicato ai cinquant’anni del padre e l’Ottomarzo (prodotto da uve pascale) ricordi il compleanno del nonno. Ed ecco che al giovane e dinamico imprenditore si sostituisce, o meglio si sovrappone, l’uomo sardo legato alla propria terra da un rapporto di odio e amore ferocissimi (“naufraghi di terra” ha definito i Sardi un’artista contemporaneo proveniente da questa indefinibile isola) che lo porta a trasferirsi in un appartamento sopra la cantina perché gli pesa troppo esserne lontano, ma che allo stesso tempo gira mezzo mondo con grande disinvoltura.

Nella nostra ultima visita ci ha mostrato, naturalmente dopo una passeggiata nei vigneti, la sua nuova cantina, moderna come concezione, ma antica come materiali (calce, roccia, solo vecchie vasche in cemento per vinificare). Ma quello che lo inorgogliva era un angolo di terra lì vicino circondato da un muretto a secco e pieno di lentischi secolari a fare ombra dove ha costruito un antico forno a legna “questo posto lo voglio utilizzare per ospitare gli amici, mangiare e bere insieme, farli sentire a proprio agio e gustare i profumi e i sapori della mia terra”.

Il risultato di tutto questo lavoro tenace, ostinato, sono vini unici e irripetibili, mai uguali a se stessi anno dopo anno. Sono vini di luce e di vento, magari discutibili, ma sempre affascinanti e che non ti tradiscono mai perché nel colore, nel profumo, nel sapore ritroviamo ogni volta, immancabilmente, il ricordo, anzi l’emozione, della prima volta che abbiamo visitato Badde Nigolosu. “Il mio progetto per i prossimi anni è quello di fare un solo vino rosso mescolando tutte le uve, il “mischione”, come faceva mio nonno. Sarà una pazzia, ma la voglio proprio fare”.

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