Il corto circuito del food e dei food blogger

Il corto circuito del food e dei food blogger

Il dibattito che si è scatenato sulla ristorazione low cost bolognese (ma potrebbe valere per ogni altra città) è deprimente. È tanto noioso quanto quello su trip advisor si trip advisor no. Non se ne può più di leggere i soliti noti che si destreggiano discettando di taglieri come sintomo di un decadimento generalizzato, di abitudini alimentari che ricercano la quantità, di clienti che vogliono spendere poco, di imprenditori che speculano, di tradizione tradita, di improvvisati che decidono di cambiare vita e aprire un locale.

Ma di che parlate? C’è un boom certo, quindi? Lo volete regolare? Volete dare il patentino per aprire locali? Volete imporre scuole obbligatorie per essere tutti educati a capire se il salame sul tagliere è di provenienza da filiere certificate? Siamo, per fortuna, in un regime di libero mercato, è normale che ci sia una polverizzazione delle proposte, questo non riguarda solo il food ma qualsiasi settore.

Ora che gli opinion leaders del food hanno i riflettori puntati addosso si sentono benedetti da un alone di sacralità che li porta a discettare di tutto con toni profetici. Intendiamoci, io appoggio in pieno tutte le battaglie per la qualità, la tradizione, le filiere, però trovo insopportabile la spocchia che leggo in certi commenti che denotano solo l’ignoranza di come funziona un’arena economica che, pur con mille difetti, ha consentito a un movimento – quello del food – di affermarsi, seppure con prevedibili effetti collaterali.

Credo sia legittimo aprire una concessionaria di automobili anche se non si è forsennati appassionati d’auto, allo stesso modo se dopo aver fatto un qualsiasi mestiere decido di aprire un locale in ambito food dov’è il problema? Se quel locale non sarà coerente con le aspettative che crea chiuderà. Fine dei giochi.

Io penso semplicemente che i clienti abbiano sempre ragione: se vogliono nutrirsi di “porcherie” legalizzate (nel rispetto delle normative) lo facciano pure, finché qualcuno gliele propone. È così difficile? Che ognuno faccia la sua proposta, di alta o bassa qualità, poi i clienti decideranno chi premiare. Il food va nella stessa direzione di qualsiasi altra attività. Basta per favore con le prosopopee, le lezioncine, i toni scandalizzati, i predicozzi sul fatto che nella città X si mangia bene e nella città Y si mangia male, per poi essere smentiti dall’altro solone che dice l’esatto contrario in cerca di gloria.

In ogni città ci sono posti buoni e meno buoni, cari ed economici, tradizionali e stellati, e così via. Io sto dalla parte dei giovani squattrinati che arrivano nelle città con pochi soldi in tasca e vogliono un tagliere, se poi la mortadella è quella più industriale amen. Quando potranno permettersi dei prodotti di migliore qualità sceglieranno quelli. Ho sentito parlare di ghetti del cibo low cost con disprezzo, per favore torniamo con i piedi per terra.

Io sono convito che l’educazione alimentare debba essere insegnata nelle scuole al pari della musica, perché in ballo c’è la nostra salute che forse vale anche di più della nostra educazione musicale. Però attenzione, tutti abbiamo avuto vent’anni e a vent’anni qualche “Luisona” l’abbiamo mangiata senza morire. Togliamo al cibo l’alone di sacralità, riportiamo la critica gastronomica a chi la sa fare, ricominciamo a mangiare piatti senza fotografarli, condividiamo una cena guardandoci negli occhi.

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