Intervista a Pina Amarelli

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Se dici liquirizia dici Amarelli, un brand gastronomico che è diventato sinonimo di eccellenza in tutto il mondo in fatto di “radice dolce”. E per usare una definizione della stessa Pina Amarelli, tra la liquirizia calabrese e le altre “c’è la stessa differenza che passa tra un vino qualsiasi e lo Champagne”. Cavaliere del lavoro, accademica aggregata dell’Accademia dei Georgofili, membro del CdA della Banca Popolare dell’Emilia Romagna, giornalista gastronomica del Gambero Rosso ai suoi albori, impegnata in politica nella prima giunta Bassolino, donna e imprenditrice di successo a tutto tondo, in una regione dove le imprese di successo si contano sulle dita di una mano. Incontro la raffinata signora della liquirizia nello studio di una società commerciale a Roma, dove mi riceve tra una riunione e l’altra. Mi scappa un colpo di tosse, e subito tira fuori dalla borsa uno dei suoi sassolini di liquirizia.

Radici calabresi che diventano storia ad opera di una napoletana. Come succede?

Intanto sono una delle poche emigrate in Calabria, anche se ho sempre mantenuto casa a Napoli. Ho scoperto la “calabresità” di mio marito andando in Calabria dopo il nostro matrimonio. Al mio arrivo, rimasi molto colpita dal senso d’immobilismo che vi si respirava. Io ero un avvocato e facevo anche l’assistente universitaria all’università di Napoli, e non avrei mai pensato nella mia vita di andare a fare l’imprenditrice in Calabria, anzi la mia idea era quella di fare il magistrato. Ma da quel momento cominciai a frequentare assiduamente la Calabria. Il mio impegno all’interno dell’azienda di famiglia cominciò un po’ per caso, quando mio suocero, un vecchio nobile calabrese, carismatico e visionario, decise di fare un grande investimento comprando nuove macchine per la produzione. Una trasformazione aziendale che terminò alla metà degli anni ’70 e alla quale seguì anche una rivoluzione nel marketing, quando proposi di adottare le famose scatole in metallo da collezione.

Quando Amarelli diventa sinonimo di liquirizia?

Negli anni novanta. Io dico sempre che ci vuole un colpo di fortuna nella vita, e occorre essere la persona giusta, nel posto giusto, al momento giusto. Quando morì mio suocero, essere donna in un posto come la Calabria poteva sembrare una cosa poco favorevole, e invece si rivelò la mia fortuna. Perché la stampa, con la quale avevo stabilito dei rapporti, cominciò ad interessarsi alla mia storia. Il secondo atto fu di affermarsi come leader mondiali nel campo della liquirizia. E la liquirizia calabrese è la migliore al mondo.

Dal punto di vista di un’imprenditrice di successo come lei, cosa serve alla Calabria per rinascere?

Secondo me, il nostro problema è che c’è ancora il mito della “bella giornata”. È un handicap tutto italiano quello di accontentarsi della bellezza delle nostre città, del sole, del clima meraviglioso. È questa la mentalità che dobbiamo cercare di cambiare, e penso che molte donne di questo paese abbiano tutte le carte in regola per farlo. Io sono convinta che si debba ripartire dalla cultura. Le nuove generazioni hanno tante possibilità che prima non c’erano, come l’università, che ha cambiato il volto della Calabria. Ci sono delle facoltà riconosciute a livello internazionale come centri di formazione di eccellenza, che sfornano intelligenze da impiegare nel nostro territorio.

È d’accordo con i finanziamenti privati alla cultura?

Se le risorse pubbliche non ci sono, piuttosto che mandare tutto in rovina è meglio far partecipare i privati al finanziamento.

Secondo lei è utile ritornare al lavoro artigianale e a quello agricolo riscoprendo le tradizioni?

Sì. Guarda Rosalba De Bonis, una ragazza erede di un’antica famiglia di liutai di Bisignano. L’azienda era in difficoltà, ma lei l’ha ripresa, facendo impresa e riuscendo a mantenere viva la lunga e nobile tradizione familiare. Riscoprire le tradizioni e la manualità è più che mai importante. La scomparsa del manifatturiero è alla base della crisi del nostro paese, perché purtroppo adesso produciamo solo in Cina e in India.

Ma da imprenditrice, come si resiste in Calabria?

Battendosi in ogni momento, perché è come se tutto ti remasse contro. La politica, apparentemente la devi rispettare perché è inutile fare le battaglie contro i mulini a vento, però poi non ti ci puoi immischiare. E quello che dovrebbe essere scontato non lo è, perché creare le condizioni per poter lavorare, e intendo le condizioni urbanistiche e le infrastrutture, è un dovere per chi amministra una regione, non una cortesia da chiedere.

Com’è entrata la politica nella sua vita?

Tanti anni fa, insieme a molte donne oggi impegnate attivamente nelle istituzioni, come Silvia Costa, cominciammo a creare delle sezioni femminili dentro i partiti. Quando cominciò la minaccia Berlusconi fondammo un’associazione, che raggruppava tutte le donne che ricoprivano ruoli istituzionali, e la chiamammo “Donne senza cavaliere”.

Una ricetta alla liquirizia?

La liquirizia ora è diventata un ingrediente molto usato anche nell’alta gastronomia. Noi produciamo dei buonissimi tagliolini alla liquirizia, e forse in pochi sanno che, per esempio, la liquirizia in polvere sta molto bene sui risotti. La mia ricetta quindi è: risotto ai gamberi e agrumi con una spolverata di liquirizia. Una delle nostre novità inoltre è il sale alla liquirizia, che si può combinare benissimo con un buon olio, un po’ di limoni, e ne viene fuori una citronette che ha un sapore simile a quello dell’aceto balsamico ma più leggero, che sta bene anche sul pesce.

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