Cibo, sostenibilità, EXPO: qualcosa non torna

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Leggendo alcuni responsi di chi ha visitato Expo, mi sono imbattuto in rievocazioni della famosa affermazione fantozziana sulla Corazzata Potëmkin. Io l’ho visitato, ma non voglio essere qualunquista e cerco di andare oltre.

Girovagando fra i padiglioni l’impressione è quella di essere in una specie di grande outlet con architetture ad effetto, alcune delle quali ricordano i parchi giochi.

Sempre girovagando restano stampati nella mente i brand delle grandi multinazionali del cibo che in maniera pressante sono presenti in ogni angolo dell’esposizione, come la famosa crema di olio e nocciole. Si nota ad esempio anche un bel percorso sul tema del caffè e subito ci trovi il marchio rosso del noto produttore triestino.

Peccato poi che il padiglione Slow Food sia collocato all’estremo dell’esposizione: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Le file ai padiglioni sono lunghe ed estenuanti, e questo è un bene, vuol dire che la curiosità c’è. Poi entri e puoi goderti qualche esperienza interattiva, qualche video su tradizioni gastronomiche e filiere produttive dello specifico paese, qualche installazione (che non sempre centra con il cibo e la sostenibilità, ma tant’è).

Lo schema è questo un po’ per tutti i padiglioni, qualcuno più noioso di altri, ma nei fatti tutti abbastanza scolastici e di facile fruizione, con messaggi semplici e ripetitivi. Poi capita che, dopo aver visto il padiglione della Turchia, la curiosità di assaggiare il caffè turco sia così forte che ci si ritrova in una specie di bar all’aperto a degustare questo caffè, e certamente non a discutere delle sorti del pianeta.

Il padiglione Italia è bellissimo, un’architettura e una tecnologia futuristica (con cemento che si auto pulisce), ma poi in cima ci trovi un famoso ristorante che per pranzare ti chiede non meno di 100 euro – che certamente li vale, sia chiaro, ma qualcosa non ci torna.

Dire che all’Expo mancano i messaggi nobili che lo hanno ispirato sarebbe ingeneroso, però questi messaggi sono a dir poco diluiti in un circolo fieristico dove prevale il gioco, la grandeur, la festa e dove più che la sostenibilità del pianeta sembra prevalere la sostenibilità degli sponsor.

Noi che amiamo il cibo, che ogni giorno siamo più attenti alle etichette, alle filiere produttive, al grande ristoratore che riscopre le tradizioni antiche e che valorizza il recupero degli alimenti, noi che cercavamo tutto questo lo abbiamo ritrovato solo sotto la coltre spessa delle logiche mercantili.

Se Expo sarà un primo passo verso un cambio di paradigma, se gli Stati investiranno un solo euro in più nei principi che hanno ispirato Expo ne saremo felici, se così non fosse allora avremo speso una montagna di denaro solo per dire al mondo che l’Italia sa organizzare bene un evento planetario come questo (a proposito, tutto funziona benissimo e di gru e calcinacci in giro non ne abbiamo visti).

Commenti

  1. Michele dice

    Buon pomeriggio, che dire?

    …quanto detto nell’articolo è palesemente vero se ci si ferma a guardare colori e marchi, ma se si cerca di andare oltre si notano le culture alimentari delle varie popolazioni e se ci si sforza un’attimo si può capire cosa non funziona nelle varie filiere alimentari.
    È verissimo che l’expo vuole essere un purpuri di idee per la sostenibilità alimentare ma in alcuni casi forse è andato fuori tema, quindi sta a noi capire cosa si potrebbe migliorare!
    Ricordiamoci che i vari “brand” spesso siamo noi a cercarli a discapito delle produzioni locali! E per ultimo cerchiamo di riflettere sulle varie “etichette parlanti” che spesso promuovono prodotti inverosimili!

    Grazie da Michele!

  2. Fede72 dice

    Completamente d’accordo.
    Complessivamente una bella, anzi bellissima esperienza.
    Ma l’evidenza così spudorata degli sponsor e la leggerezza con cui si è affrontato il tema che doveva fare da filo conduttore, lasciano un po d’amaro in bocca.
    Peccato perché poteva essere sfruttata meglio l’occasione.

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