Il trapizzino, ovvero un triangolo di pizza bianca riempito con i piatti della tradizione romana, è lo street food ideato dal maestro della pizza Stefano Callegari, un format che troviamo anche a Ponte Milvio, a Trastevere e in altre zone di Roma, oltre che a Firenze e negli Stati Uniti.
Leggi le recensioni di Trapizzino Testaccio:
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00100 Pizza si è rifatto il look e ha riaperto sotto la nuova insegna Trapizzino (da qualche mese anche a Ponte Milvio). Nuove ricette si sono affacciate in questa primavera-estate 2014, non meno interessanti degli ormai classici trapizzini con pollo alla cacciatora o con polpette al sugo: deliziosi i trapizzini doppia panna (con stracciatella e alici del Cantabrico), così come quelli con la parmigiana di melanzane, gustosa anche la versione con cicoria ripassata.
Lo street food romano ideato dall’instancabile Stefano Callegari è diventato uno dei riferimenti gastronomici più amati in città. Un’altra stella nel firmamento di Via dei Gourmet 🙂
P.S. Non si effetuano più consegne a domicilio, in compenso troverete un comodissimo packaging per il take-away.
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Aggiornamento del 04/06/2013:
Grande novità per chi abita fra Monteverde, Mura Gianicolensi, Porta Portese, Piramide, Testaccio e Trastevere: ora 00100 pizza arriva anche a casa! Le consegne a domicilio degli ormai mitici trapizzini, dei supplì e delle pizze tonde (Sforno e Tonda style!) sono davvero una news gustosa. Ordinazioni al 389 4886963, consegna gratuita dalle 19 alle 23, ordine minimo 20 euro.
Noi non abbiamo ordinato a casa, ma abbiamo avuto il piacere di riassaggiare alcuni classici imperdibili: supplì con la genovese, trapizzino con coda alla vaccinara e trapizzino alla picchiapò (bollito di manzo con cipolla e pomodoro). Da bere, come sempre, birre di qualità, italiane e straniere.
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Aggiornamento di Erica Battellani del 01/08/2011:
Qualche sera fa, dopo più di un’ora di nubifragio all’evento Cucine d’Italia, abbiamo fatto un gustoso blitz da 00100.
Come al solito ci siamo deliziati con i fantastici trapizzini (questa volta con la coda alla vaccinara e con il bollito alla picchiapò), ma abbiamo provato anche qualche novità “made in Stefano Callegari”: delle buonissime pizzette, piccole e rotonde, perfette da mangiare in pochi bocconi.
Di queste abbiamo assaggiato la versione focaccia pugliese, la pizza in bocca (come un saltimbocca, con prosciutto e salvia) e la Greenwich (con Stilton e riduzione di Porto). Ottime! Fra i fritti, sempre straordinario il supplì alla genovese, molto buono anche il Supplong (con pollo al curry).E se vi viene un dubbio sulla denominazione dei fritti o dei trapizzini date un’occhiata alle F.A.Q.!
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Recensione del 25/04/2011 di Federico Iavicoli:
Quale posto migliore di Testaccio, come luogo d’incontro tra la pizza e la cucina romana più verace? Da un’idea di Stefano Callegari, già titolare di Sforno, è nato un locale molto popolare, nelle spirito e nei prezzi, che in pochi anni è già divenuto un classico.
Qui si viene soprattutto per i trapizzini, la grande trovata di Stefano. Triangoli di pizza bianca (in versione normale o large) riscaldati al momento e riempiti con i piatti del giorno, tutti di tradizione: polpette al sugo, trippa alla romana, bollito alla picchiapò, pollo alla cacciatora. Di recente invenzione, l’intrigante “trabissino”, ripieno di zighinì.
Ottime, in ogni caso, anche pizze in teglia, anche queste spesso ispirate ai classici romaneschi, come la “pizza in bocca” (con prosciutto, vino bianco e salvia, come i saltimbocca), e molto validi i fritti, tra i quali segnaliamo il supplì con la “genovese”.- Valutazione:

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Invented by Stefano Callegari, Trapizzino is an original and popular street food in Rome. It’s a triangular piece of pizza bianca heated and filled with dishes of the day (most of these are traditional Roman recipes): polpette al sugo (meatballs in tomato sauce), trippa alla romana (stewed tripe), pollo alla cacciatora (chicken chasseur), polpo al sugo (octopus in tomato sauce), etc. To drink with trapizzini, beer or Champagne. You can eat Trapizzino here or in the shop in Ponte Milvio square.




I proprietari sono Stéphane Reynard e Dany Varone. Il Domaine possiede 16 ettari, situati a Sion e Sierre, con vigneti che si estendono su 150 metri di dislivello, con maturazioni dello stesso vitigno che, a seconda dell’altitudine, differiscono anche di una settimana, per 25 vitigni coltivati e 41 etichette prodotte suddivise in 7 linee differenti!
Cave Arte Vinum è uno dei migliori esempi possibili per spiegare la situazione del Vallese viticolo. Ferdinand Bétrisey infatti possiede in tutto un ettaro nel comune di Vétroz, diviso in 9 parcelle in cui coltiva 7 vitigni. Ha creato l’azienda a 56 anni, quando è andato in pensione dopo una vita come maestro elementare, ma ha fatto il vino fin da bambino, prima con i suoi genitori e poi per consumo casalingo. Cura (e in questo caso si può davvero parlare di “curare” la vigna, visto che spesso taglia la parte inferiore dei grappoli per evitare malattie e avere grappoli più piccoli e che maturano il più possibile contemporaneamente) e vendemmia il suo vigneto da solo, in cantina stabilizza il vino a 0° per due mesi e poi fa una leggerissima filtrazione. Dopo aver utilizzato dei serbatoi in acciaio ha deciso di vinificare i vini rossi in uovo in cemento. Tra le varie uve produce l’amigne, un vitigno quasi scomparso che a detta di Steve da giovane è poco espressivo ma che cresce moltissimo con gli anni. I suoi vini sono affascinanti, eleganti e delicati, giocati come sono su equilibri molto sottili.
Marie-Thérèse Chappaz è oggi probabilmente il produttore svizzero più conosciuto all’estero. Guida il suo domaine da più di 30 anni e i suoi vini botritizzati e da vendemmia tardiva sono considerati tra i migliori vini dolci al mondo. Sono 20 i vini prodotti su 10 ettari, situati nei comuni di Fully, Martigny, Charrat, Leytron, Saillon e Chamoson, lavorati in biodinamica dal 2003 e che vedono vigne di più di 80 anni d’età e impianti che arrivano fino a 14.000 piedi per ettaro. In cantina niente ricerca di concentrazioni particolari, solo lieviti indigeni e grande rispetto per il vitigno e l’annata, nel tentativo di esprimere al meglio il terroir d’origine di ogni vino. Con Marie-Thérèse d’altronde più che visitare la cantina ci si arrampica in vigna (noi siamo stati sulle terrazze e le ripidissime vigne sopra la sede storica dell’azienda a Fully), per vedere le viti, i pendii, i muretti a secco, il terreno e comprendere il lavoro e la passione, l’amore che c’è dietro ogni bottiglia che produce. Da sottolineare che ai vertici ci sono i vini dolci, ma che tutta la produzione di Marie-Thérèse è di grande qualità.
Olivier Pittet è un altro giovane micro-produttore, ingegnere di professione trasferitosi recentemente da Ginevra. Ha comprato 6500 metri di vigna nel 2004 (allora viveva ancora a Ginevra e dormiva in vigna per lavorarla nei week-end…) e quest’anno passerà a 8000 metri, divisi in più di 20 parcelle in 3 differenti zone di Fully. Lavora in biodinamica e per i trattamenti usa solo tisane, le vigne sono inerbite e non arate, e taglia l’erba solo quando è davvero troppo alta (poi certo, come ci dice lui stesso, ci sono produttori che trattano con l’elicottero e vista la parcellizzazione…): la cosa più importante per Olivier è che il suolo sia vivo. Lavora 8 vitigni, tra i quali la grosse arvine, letteralmente salvato dalla scomparsa (Olivier nel 2008 ha contato in tutta la zona di Fully una sessantina di piante, prima che lui ne ripiantasse qualche centinaio di metri), per una serie di etichette tirate in poche centinaia di bottiglie, realizzate con lieviti indigeni a meno di situazioni di emergenza, dei vini secchi spesso frutto di assemblaggi nel rispetto delle tradizionali complantazioni che ha trovato nelle singole parcelle. Una sorta di vignaiolo-appassionato-storico-archeologo del Vallese e dei suoi vini.
Il Domaine Rouvinez è il più grande del Vallese. Azienda familiare, ha intrapreso in questi ultimi anni una politica di acquisizione di vigneti fino ad arrivare a 12 tenute di proprietà, sparse in diversi comuni, per un totale di 86 ettari nei quali coltiva 14 vitigni. Una particolarità è che quasi tutte le tenute (10 su 12) sono state studiate sia dal punto del suolo che da quello climatico per far esprimere al meglio un solo vitigno e quindi sono piantate con una sola varietà. L’azienda ha due cantine: la principale sulla collina della Géronde a Sierre per la vinificazione in legno, l’altra a Martigny per quella in acciaio. La malolattica viene effettuata solo su sylvaner e chasselas, mentre per quanto riguarda la potatura seguono la scuola di Simonit. Ci ha presentato solo i vini di proprietà in uscita (a parte due vecchi Orsat), quindi i 2012 insieme ai Coeur du Domaine ’11. Ora, l’annata 2012 come abbiamo già visto è stata particolarmente difficile e alcuni vini della Rouvinez sono forse un po’ meno brillanti rispetto a quanto espresso in altri millesimi.
Nicolas Zufferey ha iniziato a vinificare nel 1987. Oggi ha 10 ettari tra proprietà e affitto, con 15 vitigni coltivati e 20 etichette, per un totale di 120.000 bottiglie annue. Il 60% delle vigne sono a Sierre, le altre invece si trovano verso Sion, tutte situate sulla riva destra nelle zone considerate più qualitative (anche se ora secondo lui certi vitigni rossi stanno dando buoni risultati anche sulla riva sinistra). Come al solito qui nel Vallese più dei 2/3 della produzione viene venduta direttamente in cantina ai privati. Nessun vino bianco fa la malolattica, tranne il Le Blanc. Da sottolineare la recente realizzazione di una splendida cantina, con vista sui vigneti e le montagne, con uno spazio ristorazione-degustazione dove si organizzano anche concerti. Purtroppo l’impressione che mi ha lasciato la degustazione non è stata all’altezza. Tutti i vini, anche i migliori, mi sono sembrati un po’ incompiuti. Se c’è stata un’azienda rimasta al di sotto delle aspettative in questo viaggio tra i vigneti del Vallese è stata proprio questa.
L’azienda della famiglia Mercier si trova a Sierre e conta 7 ettari tutti all’interno del territorio comunale, con vigneti a circa 600 metri di altitudine, 12 vitigni e 15 etichette, per produzioni ovviamente dalle tirature limitate. Nel comune ci sono 6 differenti suoli, tutti fondamentalmente calcarei e frutto di formazioni geologiche piuttosto recenti. Dopo l’esperienza della caldissima vendemmia 2003 Denis ha deciso di termoregolare la cantina e di fare prefermentazioni a freddo di una settimana sui rossi, senza effettuare solfitaggio sui mosti ma solo dopo la malolattica.
Personaggio vulcanico. Il nonno già vendeva vino negli anni ’20. Poi lui ha litigato con il padre e a 22 anni ha creato il suo Domaine. Oggi ha un po’ più di 20 ha, di cui 10,5 di proprietà, da cui ottiene circa 180.000 bottiglie l’anno da 14 vitigni diversi. I suoi vigneti sono situati più sul calcare che sul granito (anche se qui teoricamente c’è principalmente granito, come dimostra il grande castagno all’entrata della cantina), a causa di una vena calcarea che attraversa Martigny. Rivendica un grande lavoro sui muretti a secco, che vengono sistemati e a volte completamente rifatti durante l’inverno con i materiali portati tutti a spalla, e un lavoro rispettoso della natura e senza pesticidi anche se non è in regime biologico (“mi servirebbe un gruppo di 6-7 persone tutto l’anno per realizzare una coltura veramente bio”). Capace di improvvisare quando è necessario – ha fatto ripartire ora le fermentazioni del Païen e dell’Ermitage, perché era rimasto ancora dello zucchero, con un pied de cuve fatto con del mosto congelato, realizzato per tutt’altra ragione (per farlo assaggiare ai bambini come se fosse un gelato) – propone dei vini di carattere che vogliono esprimere al meglio le qualità dei vari vitigni in “salsa Martigny”.