Sei sorsi di Borgogna

La scena: 6 bottiglie pronte per la degustazione alla cieca allineate sul bancone di una delle migliori enoteche di Genova. Tutto nella norma, direte. Tuttavia, quando l’ordine delle cose si rovescia e cominci a essere tu a portare il vino alla tua enoteca di fiducia, è il momento di farti delle domande sulla direzione che sta prendendo la tua vita.
Poi però ti ricordi che hai fatto l’imbucato ai Grands Jours de Bourgogne grazie al pass elargito generosamente dall’enoteca in questione, nonché del fatto che a 40 anni vuoi ancora fare l’astronauta (cioè ti diletti a pensare che ti piacerebbe lavorare nel mondo del vino) e allora eccoti novello Indiana Jones sguinzagliato per una settimana nelle lande borgognone, alla ricerca della (m)arca perduta nota come “qualità-prezzo” (per altri: prezzo/soddisfazione), mescolata con un pizzico di aura di naturalità e di tentativo di affrancare il regno di Enotecolandia dalle malvagie grinfie dell’entità collettiva nota come “intermediazione”. Insomma, per voi che siete persone serie e pragmatiche si potrebbe anche dire “vi racconto la degustazione di sei bottiglie di alcuni produttori visitati in Borgogna”. Ma sai che noia. Ora, però, lo posso dire: ecco le note di degustazione e alcuni cenni sui produttori protagonisti.
 
Viré Clessé 2010 Domaine de la Verpaille
Una delle migliori scoperte durante la ricerca del Graal borgognone (è il viaggio che conta, non la destinazione…). Denominazione del Maconnais spesso in secondo piano rispetto alle più note Pouilly Fuissé o Saint-Romain, il Viré Clessé è caratterizzata da una maggior aromaticità e residuo zuccherino rispetto ai cugini ricchi della Côte d’Or. Il colore intensamente dorato già indica il carattere piuttosto solare del vino (ancora più evidente assaggiando l’annata 2009, come avvenuto in loco, piaciuta meno perché davvero troppo ricca e zuccherina), confermato dal naso. Volendo andare un tanto al chilo, non specificamente per i descrittori ma per l’impatto generale di grande aromaticità, l’impressione è quasi quella di una Malvasia friulana in salsa borgognona. Fiori, albicocca, ananas, con un’intensità e una persistenza davvero notevoli. In bocca, il ping pong fra l’acidità – rafforzata dal millesimo – e la sensazione alcolica e zuccherina (da sottolineare che non viene mai praticata la chaptalisation, dato il grado di maturazione che le uve riescono a raggiungere costantemente) è un bel gioco di emozioni, che prosegue lungamente e in armonia, dando l’idea che questo vino abbia davanti a sé anche qualche anno, pur essendo pensato per una bevibilità immediata. L’azienda lavora in biologico, con lieviti indigeni, massimo rispetto del frutto e un approccio non interventista. Il vino è però di una pulizia tecnica estrema, quasi piaciona. Per 7 euro franco cantina ai privati, direi che lo scopo è stato raggiunto.

  • Valutazione: tre_quadri_m



Santenay-Beauregard Premier Cru Blanc 2010 Domaine Roger Belland
Il domaine si trova a Santenay, con alcune parcelle a Meursault, Volnay, Pommard , Puligny e Chassagne (dove ha anche la più grossa porzione di Criots-Batard). Julie, figlia di Roger, cura i Santenay rossi, il Volnay e questo bianco, ai quali conferisce, rispetto ai vini elaborati dal padre, maggior eleganza e ricerca di caratteristiche minerali e acide, grazie anche alla diminuzione dell’uso di legno nuovo. Caratteristica di tutta la linea è quella di estrema pulizia, piacevolezza, eleganza (non si gioca su vini potentissimi, pur essendoci una certa ricerca di estrazione sui rossi): tutti molto buoni, ma manca un po’ l’acuto, il vino davvero emozionante (fatto salvo per il Criots, davvero esagerato). In vigna e in cantina l’approccio è soft, ma con interventi mirati all’occorrenza (niente diserbo però). Julie sorride quando mi informo su questi aspetti, come a dire “eh sì, lo so che di questi tempi sarebbe carino raccontare che non facciamo nulla, ma in realtà il vino lo lavoriamo”. Avevo già assaggiato il Santenay-Beauregard bianco presso il domaine, ma, schiacciato dal trio dei Montrachet (Chassagne, Puligny, Criot-Batard) e da un buon Meursault, mi era parso dimenticabile. Al naso si difende degnamente dal profluvio di aromi generato dal precedente Viré, aprendosi via via con note floreali, di pesca e banana. In bocca mostra ovviamente un po’ di legno, ma una buona grassezza e il grado alcolico – 13,5% – lo arrotondano. Sul finale l’acidità pulisce la bocca, evitando la stanchezza nella beva. Nel complesso, capisco perché al cospetto delle Loro Montrachesità era rimasto schiacciato, ma lo preferisco decisamente a vari Chardonnay italiani che, seppur buoni, mostrano troppo i muscoli e meno eleganza. Insomma, non rimarrebbe certo la bottiglia a metà per affaticamento muscolare delle papille, da solo o in compagnia che mi trovassi. Costo franco cantina per i privati 19 euro.

  • Valutazione: tre_quadri

 
Meursault Vieilles Vignes 2010 Domaine Buisson-Charles
Ahimè, la delusione della serata, complice il braccino corto di Michel Buisson, che ha elargito come campione una mezza bottiglia: infatti, sia nelle degustazioni in cantina sia nel paio di bottiglie già stappate da me nell’ultimo mese, questo vino mi aveva entusiasmato: con le stimmate dei migliori Meursault, la burrosità compensata dall’acidità, la prontezza di beva di un vino comunque molto complesso e con grande potenziale di invecchiamento. Invece, compresso nella bottiglina, durante la degustazione ha fatto sentire tutta la sua giovinezza, restando timidamente nel calice anche dopo un paio d’ore, senza offrire grandi gioie al naso e mostrandosi spigoloso in bocca, nonché con un’alcolicità e delle sensazioni boisé al momento preponderanti. Resta comunque a mio parere un grandissimo vino, ma da questa degustazione esce malconcio, ed è a questa che si riferisce il punteggio. Costo franco cantina per i privati 24 euro.

  • Valutazione: due_quadri_m

 
Côte de Beaune Rouge Le Clos des Topes Bizot 2010 Domaine Chantal Lescure
Di questo splendido domaine ho già scritto qui. La degustazione dei 3 rossi inizia con il loro vino più semplice, un Côte de Beaune che però costituisce, come raccontatomi in vigna, la parcella più autenticamente biologica dell’intera gamma, trovandosi in posizione isolata e sormontata dal bosco, quindi non soggetta a contaminazioni di chi fra i vicini biologico non è. Nonostante sia stato aperto da due ore al momento della degustazione, il vino esibisce ancora una rusticità un po’ fuori dalle righe (la controprova: un rappresentante di vini naturali che si trova per caso ad assaggiarne un bicchiere va in brodo di giuggiole per quanto trova “intrigante” quella selvaticità ;-)). Col passare del tempo esce il frutto, con la caratteristica nota di mirtilli cui si aggiungono fragoline di bosco e una sfumatura mentolata. Lentamente, la selvaticità stallatica si trasforma in note muschiate. Al sorso è decisamente piacevole. Per un vino “base”, tuttavia, ci pare un po’ troppo difficile e scarsamente proponibile sbicchierato in un winebar o tantomeno al ristorante. 14 euro ai privati.

  • Valutazione: due_quadri

 
Santenay-Beauregard Premier Cru Rouge 2010 Domaine Roger Belland
Come nel caso del bianco proveniente dalla stessa parcella, nel Santenay si sente la mano di Julie Belland. Un Pinot nero borgognone didattico, la cui splendida tensione fra acidità, mineralità e morbidezza regalata dalla sapiente vinificazione è esaltata dal millesimo che sempre più si conferma come ottimo. È il più elegante dei 3 Santenay prodotti (gli altri sono il Commes, decisamente più immediato e con meno struttura, e il Gravières, buonissimo e più potente, ma al momento forse meno pronto, una sorta di “piccolo Beaune” per corpo e impatto), e conferma l’alto livello di tutta la linea del produttore. 19 euro franco cantina ai privati.

  • Valutazione: tre_quadri

 
Pommard Les Bertins Premier Cru 2007 Chantal Lescure
Sui rossi borgognoni di questa annata è stato detto spesso tutto il male possibile. Può darsi non abbiano la tenuta di annate strepitose come la 2005, l’austerità del 2008 o del 2010, né la potenza e la solarità del 2009. Ma bevuti ora non danno affatto l’idea di essere vini da bistrattare, anzi. E questo Pommard è un’eccezionale sintesi della denominazione e di alcune caratteristiche – la seduttività in primo luogo, il velluto della trama – di quella confinante, ovvero Volnay, ai cui margini si trova la parcella in questione. Al naso è intenso, persistente, complesso: una girandola di emozioni fra frutti rossi, note balsamiche, punte appena vanigliate totalmente armoniche col resto, con la bocca sollecitata dall’acidità, accarezzata dalla setosità dei tannini, riscaldata dalla componente alcolica che conduce al centro del palato le note elegantemente muschiate, per poi chiudere su tabacco e un cacao nitidissimo, con un ultimo ritorno di acidità che pulisce la bocca e fa venire voglia di berne a secchi. Nessuno lo sputa, compreso uno dei soci dell’enoteca dichiaratosi a dieta ferrea. Il 2007 non lo trovate più (costava 33 euro ai privati), ma il 2010, altrettanto buono (e alla lunga, decisamente vino di maggiore prospettiva) è venduto a 34 euro.

  • Valutazione: quattro_quadri

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